“2001: Odissea nello spazio”

Odissea

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2001: Odissea nello Spazio (2001: A Space Odyssey) è un film del 1968 diretto da Stanley Kubrick ispirato ad un racconto di Arthur C. Clarke.

Kubrick è riuscito a filmare la storia dell’uomo, il mistero dell’universo e dello spazio/tempo in un film con sceneggiature e montaggi magistrali che lo celebrano come uno dei migliori di sempre; il tutto senza la necessità di ricorrere a particolari effetti speciali, ma travolgendo lo spettatore in una spirale di mistero e angoscia accompagnati da una colonna sonora di silenzi inquietanti e valzer per le scene più significative.

Visionario e metafisico, tale film suscita nello spettatore un forte impatto emotivo e lo stesso regista afferma: Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.

odissea nello spazio monkeyLe scene più famose del film sono le scimmie che imparano ad usare l’osso come arma grazie alla comparsa del monolito nero (che sarà indissolubilmente legato a l’evoluzione del genere umano), il viaggio nello spazio/tempo dell’astronauta che scorre universi sconosciuti e vede la sua vita scorrergli davanti, invecchiando, morendo e rinascendo di nuovo come “figlio delle stelle”.

Francesco Poppi

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Trailer film:

2001 – Odissea nello Spazio Trailer

Colonne sonore:

Richard Strauss – Also Sprach Zarathustra (Così Parlò Zarathustra)

Johan Strauss – An der Schönen, Blauen Donau (Sul Bel Danubio Blu)

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When You’re Strange

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When You’re Strange è un film documentario del 2009 diretto da Tom DiCillo e riprende la storia e la vita dei The Doors e del loro leader cantante Jim Morrison, fino alla sua morte prematura.
Il regista ha sostanzialmente prelevato e riproposto un collage di foto esclusive e pellicole di film dei The Doors dei loro tempi, vale a dire Feast Of Friends e HWY. Il titolo è stato coniato dal singolo People Are Strange e ripercorre la nascita e l’ascesa della band in un periodo contraddistinto da grandi cambiamenti e rivoluzioni culturali che va dalla metà degli anni ’60 ai primi anni ’70. E’ proprio iwhen_you_re_strange_custom_originaln quegli anni che un giovane tastierista di nome Ray Manzarek incontra un aspirante poeta, Jim Morrison e decideranno di formare una band assieme al chitarrista Robby Krieger ed al batterista John Densmore. Decideranno di chiamare il gruppo “The Doors” ispirandosi a un verso di William Blake: “Se le porte della percezione venissero spalancate, ogni cosa apparirebbe all’uomo per come è: infinita”.
Jim Morrison è sicuramente l’icona enigmatica di quei tempi, simbolo della ribellione e della ricerca di se stessi. E’ così che cercava di sorprendere ogni volta il suo pubblico, attraverso la musica e le parole. Cercava di trasmettere quel poeta che aveva dentro di sé agli altri. A volte però veniva in qualche modo risucchiato dal suo stesso successo, e per riuscire a liberare la mente ed uscire da momenti di depressione e solitudine, droghe e alcol divenivano una chiave per poter superare gli ostacoli della percezione umana.
When You’re Strange risulta essere il primo vero tentativo di ripercorrere la carriera dei The Doors a ottenere il lasciapassare degli stessi componenti della band, cosa che non è avvenuta invece per il film del 1991 di Oliver Stone, che sembra non aver trovato l’appoggio del gruppo. johnnydepp_jimmorrison_450Il doppiaggio della narrazione avviene in lingua originale (inglese) da Johnny Depp mentre in lingua italiana da parte di Morgan.
Francesco Poppi

Herbert Marcuse – Esperto, ma che accuse?

  • Chi è?

Marcuse (1898-1979), membro di una famiglia ebraica tedesca, intraprese studi filosofici letterari proiettandosi in materie politiche divenendo verso la fine della sua carriera scolastica un politologo. Spesso lungo la sua vita si legò ad istituti e ricerche improntate su temi sociali, filosofici e politici come: “Istituto per la Ricerca Sociale” (Institut für Sozialforschung) a Francoforte, in seguito lavora agli Russian Institutes della Columbia University (New York) e all’Università di Harvard, occupandosi di studi riguardo al Marxismo Sovietico  . Viene ancora oggi ricordato per alcuni libri che hanno avuto un enorme successo  durante la contestazione degli anni Sessanta. Da ricordare tra essi:

Eros e civiltà (1955),

L’uomo ad una dimensione (1964),

Saggio sulla liberazione (1969),

Controrivoluzione e rivolta (1972).

 

  • L’uomo ad una dimensione

Fantastico libro di Herbert Marcuse, che evidenzia i fattori generanti di un acuta e sottile società totalitaria basata sulla scienza e sulla tecnologia ormai impermeata nella totalità della società, ormai succube. Apre la sua argomentazione analizzando la riduzione dei termini utilizzati all’interno delle preposizioni, rendendole così prive di significato, connotandole esclusivamente nella loro funzione e finalità. Questa   “praticità” del linguaggio ridotti ai minimi termini, favorisce l’accostarsi di parole opposte, di stampo decisamente commerciale-politico. Queste, adoperate più facilmente in ambito grafico-pubblicitario a ritmo martellante, debellano l’essenza e la forza d’urto dell’urlo della protesta, poiché rimangono espropriate del loro reale caratteristica semantica.

Marcuse non definisce questo linguaggio come terroristico, poiché le persone che lo adoperano non vi credono e non se curano, ma agiscono in conformità ad esso.

Prosegue la sua trattazione sulla razionalità ormai divenuta operativa, atemporale, forse esclusivamente proiettata verso il futuro cancellando così di fatto il passato, il ricordo, quindi del terrore che assume sempre nuove forme e di una speranza rimasta sempre tale. Privati di questa memoria l’uomo vive sempre più a stretto contatto con la realtà che lo circonda, eliminando ed allontanandosi da ciò che vive al di fuori del mondo reale, cioè quello delle idee. Quest’ultimo si differenzia per la presenza dei valori che viaggiano in assenza di tempo ed oggettività e favoriscono l’instaurazione di legami sociali, che per noi “animali sociali” sono essenziali.

Il dualismo cartesiano, rex extensa e res cogitans, ovvero natura e ragione, in questa società sembrano assumere la stessa conformazione che è livellata dalla forza superiore della produzione, attraverso una tecnologia sempre più avanzata ed impermeata nei diversi strati sociali ed industriali, tanto da raggiungere e stravolgere l’intera cultura, riducendo quella che è la libertà, sottomendoci nello stesso canale d’uso e d’espressione tecnologico, eliminando le alternative divenute utopia.

Afferma che l’impossibilità di alternativa non è voluttuaria, ma bensì tecnica, perchè con l’accrescere delle comodità da noi richieste e desiderate più cresce la produttività, il motore della nostra non libertà.

Dopo una lunga ed esaustiva critica sulla società odierna, il finale del saggio cerca di proporci differenti prospettive o possibili suggerimenti per il miglioramento della nostra qualità di Vivere.

Marcuse, infatti, afferma che la scelta di invertire le priorità nei riguardi dei valori, è un privilegio di pochi, quei gruppi che gesticono e possiedono il controllo del processo produttivo e che insieme ad una nuova presa di coscienza dell’individuo, della sua condizione attuale e delle potenzialità critiche e liberanti, ci renderà liberi; ma perchè possa accadere ciò sarà necessario ricorrere alla lotta, agganciandosi così alla soluzione marxiana, dove il successo di essa sarà riscontrato nella riscoperta di una cosciente finalità individuale. Il recupero di una probabile presa di coscienza può però essere facilitata da condizioni quali comodità, sicurezza d’impiego e tempo da poter dedicare all’ozio nell’antico significato latino, ma in questo contesto lo spazio interiore dedicato alla riflessione, ritrovo e alle conferme, diventa una delle merci più dispendiose, ma a facile portata per le classi più abbienti.

  • Leggerlo? Perchè?

Perchè è potente amici. No, il libro, nonostante le difficoltà intraprese lungo la lettura per l’adozione giustamente di un linguaggio settoriale che richiede in alcuni passaggi di una rilettura o minime nozioni filosofiche, si presenta di notevole riflessione sociale, filosofica e politica che apre attraverso un’acuta osservazione e critica scenari realistici e concreti che si annidano nel nostro “leggero” vivere quotidiano. Nonostante il prossimo compimento dei suoi 50anni, il libro festeggia la sua copertina con una nuova facciata tutta moderna ed attuale, dove pensieri e bioritmi affaticati rincorrono un mondo proiettatto su apparecchi elettronici che rimandano a porte virtuali disperdendo la collettività umana nella solitaria consultazione online, dimenticandoci l’inafferrabile  vita “del sole del Domani”imprudemente concentrati nella ricerca dell’immortalità.

Rimando qui di sotto alcuni tratti di libro, che ho trovato di notevole spessore, estrapolati letteralmente dal libro.

  • Linguaggio e proposizioni

Il sistema proposizionale (con la proposizione come unità di significato) era il medium in cui le due dimensioni della realtà potevano incontrarsi, comunicare ed essere comunicate. La poesia più sublime e la prosa più banale condividevano questo mezzo d’espressione. Poi la poesia moderna venne a distruggere le relazioni del linguaggio e a riportare il discorso a serie di parole.

Il discorso viene privato delle mediazioni che rappresentano stadi diversi del processo di cognizione e di valutazione cognitiva. Senza queste mediazioni, il linguaggio tende ad esprimere a promuovere l’identificazione immediata della ragione col fatto, della verità con la verità stabilita, dell’essenza con l’esistenza, della cosa con la funzione.

é la parola che ordina organizza, che induce le persone a fare, a comprare, e ad accettare. Viene trasmessa in uno stile che è una vera creazione linguistica; una sintassi in cui la struttura della proposizione è abbreviata, condensata in tal modo che non rimane alcuna tensione, alcuno “spazio” tra le parti della proposizione. Questa forma linguistica si oppone ad ogni sviluppo del significato.

Nei punti nodali dell’universo di discorso pubblico, compaiono proposizioni analitiche autovalidantisi, che funzionano come formule magico-rituali. Ficcate con un martellamento continuo nella mente dell’ascoltatore, esse pervengono a chiuderla nel cerchio delle condizioni prescritte dalla formula.

Considerata un tempo l’offesa principale contro la logica, la contraddizione appare ora come un principio della logica della manipolazione- caricatura realistica della dialettica. L’unificazione degli opposti che caratterizza lo stile commerciale e politico è uno dei molti modi in cui il discorso e la comunicazione si rendono immuni all’espressione della protesta e del rifiuto.

Con il linguaggio personalizzato( il vostro cammino, il vostro avvocato, il vostro..), cose e funzioni affatto generali, prodotte in serie ed imposte al pubblico, sono presentate come fossero create “specialmente per voi”. Fa poca differenza che gli individui così interpellati ci credano o no; il successo di questa tecnica indica che essa promuove l’identificazione degli individui con le funzioni che essi e gli altri svolgono.

Il controllo viene esercitato da tale linguaggio mediante riduzione delle forme linguistiche e dei simboli usati per la riflessione, l’astrazione, lo sviluppo, la contraddizione, mediante sostituzione di immagini a concetti. Esso nega o assorbe il vocabolario trascendente, non cerca ma stabilisce ed impone verità e falsità. Questo tipo di discorso, tuttavia, non ha carattere terroristico. Non sembra lecito assumere che i destinatari credano, o siano portati a credere, ciò che vien detto loro. la nuova finezza del linguaggio magico-rituale è piuttosto da vedersi nel fatto che le persone non vi credono, o non se ne curano, eppure agiscono in conformità ad esso.

Nella filosofia greca classica, la Ragione è la facoltà cognitiva atta a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, nella misura in cui verità (e falsità) sono in primo luogo una condizione dell’Essere, della Realtà- e solo su questa base sono una proprietà di proposizioni. il discorso vero, la logica, rivela ed esprime ciò che realmente è, in quanto distinto da ciò che appare (reale).

In  tutto il lavoro degli analisti del linguaggio si ritrova questa familiarità con l’uomo della strada la cui parlata ha un ruolo così preminente nella filosofia linguistica. Il discorso alla mano è essenziale proprio perché esclude sin dall’inizio il vocabolario intellettualistico della “metafisica”;esso milita contro il non-conformismo intelligente, e mette in ridicolo le teste d’uovo. È un linguaggio che esprime il suo modo di fare; esso è dunque il segno della concretezza. Purtroppo è anche il segno di una falsa concretezza. Il linguaggio che fornisce la maggior parte del materiale per l’analisi è un linguaggio purgato, purgato non solo del suo vocabolario “non ortodosso”, ma anche dei mezzi per esprimere un qualsiasi contenuto diverso da quello fornito agli individui della società in cui vivono.

Le persone dipendono per la propria vita dal padrone e dai politici e dal posto di lavoro e dal vicino, e son questi che fanno parlare ed intendere  come parlano ed intendono; esse sono forzate, dalla necessità della società, ad identificare la “cosa” ( incluso il loro io, mente, sentimento) con le sue funzioni. Come facciamo a sapere? Perché guardiamo la televisione, ascoltiamo la radio, leggiamo giornali e le riviste, parliamo con la gente. In tali circostanze, la frase pronunciata è un’espressione dell’individuo che la dice, e di qualunque tensione o contraddizione che li ponga in relazione tra loro. Nel parlare il suo proprio linguaggio, la gente parla altresì il linguaggio dei suoi padroni, dei benefattori, degli agenti pubblicitari. Cosicché gli individui non esprimono soltanto se stessi, le loro conoscenze, sentimenti, e aspirazioni, ma anche qualcos’altro diverso da sé. Dobbiamo usare i medesimi termini per descrivere la nostra automobile, il cibo e la mobilia, i colleghi e i concorrenti – e ci comprendiamo a vicenda in modo perfetto. Così deve essere, poiché il linguaggio non è nulla di privato o di personale, o piuttosto il privato ed il personale sono mediati dal materiale linguistico disponibile, che è il materiale societario.

  • La razionalità scientifica e la società derivante

Noi viviamo e moriamo in modo razionale e produttivo. Noi sappiamo che la distruzione è il prezzo del progresso, così come la morte è il prezzo della vita; che rinuncia e fatica sono condizioni necessarie del piacere e della gioia; che l’attività economica deve proseguire, e che le alternative sono utopiche. Questa ideologia appartiene all’apparato stabilito della società; è un requisito del suo regolare funzionamento, fa parte della sua razionalità.

La razionalità operativa non sa che farsene della ragione storica. Ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose, e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria. Ricordare è un modo di dissociarsi dai fatti come sono, un modo di “mediazione” che spezza per brevi momenti il potere onnipresente dei fatti dati. La memoria richiama il terrore e la speranza dei tempi passati. Entrambi tornano in vita, ma nella realtà il primo ricorre in forme sempre nuove mentre la seconda rimane sempre speranza.

é stato spesso notato che la civiltà industriale avanzata opera con un grado più elevato di libertà sessuale. “opera” nel senso che quest’ultima diventa un valore di mercato ed un fattore di costumi sociali. è questo uno dei risultati unici della società industriale, reso possibile dalla riduzione del lavoro fisico sporco e pesante; dalla disponibilità di capi d’abbigliamento belli ed a buon mercato, di cure di bellezza, di igiene fisica; dalle esigenze dell’industria pubblicitaria ecc..

Al di fuori di questa razionalità, si vive in un mondo di valori, e i valori separati dalla realtà oggettiva diventano soggettivi. I valori possono avere in sé una superiore dignità (morale e spirituale), ma non sono reali e quindi contano di meno nelle transazioni della vita reale- tanto meno quanto più sono elevati al di sopra della realtà. Ma proprio la loro mancanza di oggettivitàle rende fattori di coesione sociale. Siano umanitarie, religiose o morali, le idee sono soltanto “ideali”.

Ciò che noi stabiliamo matematicamente è solo in piccola parte un fatto obbiettivo; per la maggior parte è una rassegna di possibilità. Io non sto dicendo che la filosofia della fisica contemporanea neghi o anche metta in dubbio la realtà del mondo esterno, ma che essa, in un modo o nell’altro, sospende il giudizio su ciò che la realtà può essere, o considera la questione stessa priva di significato o senza risposta. Assunta a principio metodologico, questa sospensione ha una doppia conseguenza: a) rafforza il trasferimento dell’impegno teoretico dal metafisico < Come…? > ; b) diffonde una certezza pratica (per quanto niente affatto assoluta) che nel suo agire con la materia essa è libera, con tranquilla coscienza, da impegni nei confronti da qualsivoglia sostanza al di fuori del contesto operativo.

Lo spirito scientifico ha progressivamente  indebolito questo antagonismo. La filosofia scientifica moderna può ben iniziare con la nozione delle due sostanze, la res cogitans e la res extensa, ma via via che la materia estesa viene ricompresa in equazioni matematiche che, tradotte in tecnologia, “rifanno”, la res extensa perde il suo carattere di sostanza indipendente. Il dualismo cartesiano aprirebbe piuttosto che ostacolare la strada all’avvento di un universo scientifico ad una sola dimensione in cui la natura partecipa “oggettivamente della mente”, cioè del soggetto. E tale soggetto è collegato al suo mondo in un modo del tutto particolare. La scienza della natura si sviluppa sotto la spinta di un a priori tecnologico che scorge nella natura null’altro che uno strumento potenziale, materia di controllo e di organizzazione. E la percezione della natura come strumento (ipotetico) precede lo sviluppo di ogni particolare organizzazione tecnica: L’uomo moderno prende la totalità dell’Essere come materia prima per la produzione e sottomette la totalità del mondo-oggetto alla spinta e all’ordine della produzione. L’uso di macchinari e la produzione  di macchine non sono la tecnica nel vero senso della parola, ma semplicemente uno strumento adeguato per la realizzazione dell’essenza della tecnica nel suo obbiettivo materiale grezzo. (Martin Heidegger)

In uno sviluppo paradossale gli sforzi scientifici intesi ad affermare la rigida oggettività della natura hanno condotto a sopprimere in misura crescente la materialità della natura: L’idea di una natura infinita esistente come tale, questa idea alla quale dobbiamo rinunciare, è il mito della scienza moderna. La scienza è partita distruggendo il mito del Medioevo. Ed ora la scienza è costretta, dalla sua interna coerenza, a riconoscere di aver semplicemente creato un mito al posto di un altro. (Von Weizsacker)

I principi della scienza moderna furono strutturati a priori in modo tale da poter servire come strumenti concettuali per un universo di controllo produttivo, mosso dal proprio stesso impulso; l’operazionismo teorico finì per corrispondere all’operazionismo pratico. Il metodo scientifico che ha portato al dominio sempre più efficace della natura giunse così a fornire i concetti puri non meno che gli strumenti per il dominio sempre più efficace dell’uomo da parte dell’uomo, attraverso il dominio della natura. La ragione teoretica, rimanendo pura e neutrale, entrò al servizio della ragione pratica. Oggi, il dominio si perpetua e si estende non soltanto attraverso la tecnologia ma cometecnologia, e quest’ultima fornisce una superiore legittimazione al potere politico che si espande sino ad assorbire tutte le sfere della cultura. In questo universo, la tecnologia provvede inoltre una razionalizzazione egregia della non-libertà dell’uomo, e dimostra l’impossibilità “tecnica” di essere autonomi, di decidere personalmente della propria vita. L’assenza di libertà non appare infatti avere carattere irrazionale, né politico, ma sembra piuttosto dovuta alla sottomissione all’apparato tecnico che accresce i comodi della vita e aumenta la produttività del lavoro. In tal modo la razionalità tecnologica protegge piuttosto che abolire la legittimità del dominio, e l’orizzonte strumentale della ragione si apre su un società razionalmente totalitaria.

L’universo scientifico (ovvero non le proposizioni specifiche sulla struttura della materia, sull’energia, sulla loro relazione, ecc.., bensì la proiezione della natura come materia quantificabile, come guida per l’accostamento ipotetico all’oggettività, e come espressione logico-matematica di questa) sarebbe l’orizzonte di una concreta pratica societaria, che verrebbe preservata nello sviluppo del progetto scientifico.

Qual è lo scopo e il contenuto originale, prescientifico, che si conserva nella struttura concettuale?

La misurazione scopre nella pratica la possibilità di usare certe forme di base, modelli e rapporti, che sono universalmente “disponibili in forme identiche, per la determinazione ed il calcolo esatti di relazioni ed oggetti empirici”. Con tutta la sua astrazione e generalizzazione, il metodo scientifico conserva ( e maschera) lo sviluppo della seconda. Così la geometria classica “idealizza” la pratica agrimensura e della rivelazione del terreno. La geometria è la teoria dell’oggettivazione pratica. Naturalmente l’algebra e la logica matematica costruiscono una realtà ideativi assoluta, libera dalle incalcolabili incertezze e particolarità del mondo pratico e dei soggetti che in essi vivono. Tuttavia, tale costruzione ideativa è la teoria e la tecnica per “idealizzare” il nuovo mondo della pratica. Il travestimento ideativo della scienza matematica è quindi un travestimento di simboli che rappresenta e nello stesso tempo maschera il mondo della pratica.

Il concetto scientifico di una natura universalmente controllabile configurò la natura come materia-in-funzione senza fine, mero oggetto di teoria e pratica. In questa forma, il mondo-oggetto entrò a far parte della costruzione di un universo tecnologico – un universo di strumenti mentali e fisici, di mezzi in sé. Si tratta quindi di un sistema veramente “ipotetico”, che dipende da un soggetto verificante e valicante.

L’oggettività pura rivela quale oggetto per una soggettività che provvede il Telos, i fini.

Non soltanto la posizione sociale dell’individuo e la sua relazione con gli altri appaiono determinate da qualità e da leggi oggettive, ma queste sembrano perdere il loro carattere misterioso ed incontrollabile, e appaiono come manifestazioni calcolabili della razionalità (scientifica). Il mondo tende a diventare materia di amministrazione totale, che assorbe in sé anche gli amministratori.

In queste condizioni, il pensiero scientifico (scientifico nel senso più lato, in quanto opposto al pensiero confuso, metafisico, emotivo ed illogico) assume, al di fuori delle scienze fisiche, la veste di un formalismo puro e in sé conchiuso (simbolismo) da un lato, e dall’altro lato quella di empirismo totale.

Il carattere terapeutico dell’analisi filosofica è fortemente accentuato; si mira a guarire della illusioni, dalle falsità, dalle oscurità, dagli enigmi insolubili, dalle domande senza risposta, dai fantasmi e dagli spettri. Il filosofo non è un medico: il suo lavoro non è guarire gli individui ma comprendere il mondo in cui vivono; capirlo in termini di ciò che esso ha fatto all’uomo, e di ciò che può fare all’uomo.

La critica neopositivista dirige tuttora il suo sforzo principale contro i concetti metafisici ed è motivata  da una nozione di esattezza che o è quella della logica formale o è quella della descrizione empirica. Sia che l’esattezza venga cercata nella purezza analitica della logica e della matematica, oppure nella conformità con il linguaggio comune, ambedue i poli della filosofia contemporanea convergono nel medesimo rifiuto o deprezzamento di quegli elementi di pensiero e di discorso che trascendono il sistema di validazione in voga. È proprio il disporre una speciale riserva in cui venga permesso al pensiero ed al linguaggio di essere legittimamente inesatti, vaghi ed anche contradditori, infatti, il modo più efficace per proteggere l’universo normale di discorso dall’essere seriamente turbato da idee sconvenienti.

Una coscienza mutilata e falsa viene proposta come coscienza vera che decide sul significato e l’espressione di ciò che è. Il resto è denunciato e approvato come finzione o mitologia.

  • Pro e contro, verso la conclusione o la possibile continuazione della società scientifica, domande e risposte!

 L’industrializzazione può procedere per strade differenti, sotto controllo collettivo o privato; e anche sotto controllo privato può procedere in direzione di tipi differenti di progresso, con scopi differenti. La scelta è in primo luogo( ma solo in primo luogo!) un privilegio di quei gruppi che hanno ottenuto il controllo sul processo produttivo. Il loro controllo progetta il modo di vivere di tutti, e la necessità che ne segue e che rende schiavi è il risultato della loro libertà. La possibile abolizione di tale necessità dipende da un ulteriore incremento di libertà; non una libertà qualsiasi, bensì quella di uomini che considerano necessità data come pena insopportabile, e del tutto non necessaria. Come processo, storico, il processo dialettico implica la coscienza, la capacità di riconoscere e di impossessarsi delle potenzialità liberanti. In questo modo implica la libertà. Nella misura in cui la coscienza è determinata dalle esigenze e dagli interessi della società stabilita, essa non è libera; nella misura in cui la società stabilita è irrazionale, la coscienza diventa libera ed aperta ad una superiore razionalità storica soltanto nella lotta contro la società stabilita. La verità e la libertà del pensiero negativo hanno il loro fondamento e ragione in questa lotta. Così, secondo Marx, il proletariato è la forza storica liberante solamente se opera come forza rivoluzionaria; la negazione determinata del capitalismo se e quando il proletariato ha preso coscienza di sé, delle condizioni e dei processi che costituiscono la società. Questa coscienza è un requisito preliminare e anche un elemento della pratica negativa. Questo “se” è essenziale al progresso storico- è l’elemento di libertà che schiude le possibilità di vincere la necessità dei fatti dati. Senza di esso la storia ricadrebbe nelle tenebre della natura non domata.

La nuova idea di Ragione trova espressione nella proposizione di Whitehead: “la funzione della Ragione è promuovere l’arte di vivere”. In vista di questo fine la ragione è volta a “dirigere l’attacco all’ambiente” motivato dal triplice impulso 1- vivere 2- vivere bene 3- vivere meglio. Le proposizioni di Whitehead sembrano descrivere l’effettivo sviluppo della Ragione non meno del suo fallimento. Nel modo onde Whitehead definisce la funzione della ragione, il termine “arte” connota l’elemento della negazione determinata. La ragione applicata alla società è stata fino ad ora opposta all’arte, mentre nell’arte fu concesso il privilegio di essere piuttosto irrazionale – non soggetta alla Ragione scientifica, tecnologica ed operativa. La razionalità del dominio ha separato la ragione della scienza e della ragione dell’arte, ovvero ha falsificato la Ragione dell’arte integrando l’arte nell’universo di dominio. È stata una vera e propria separazione poiché, fin dall’inizio, la scienza includeva la Ragione estetica, il libero gioco e persino la follia dell’immaginazione, la fantasia della trasformazione; la scienza si è permessa il lusso di razionalizzare le possibilità. Questo libero gioco ha tuttavia tenuto fede all’impegno che aveva verso la illibertà prevalente in cui è nato e da cui ha fatto astrazione; le possibilità cui la scienza si è baloccata erano anche quelle della liberazione – di una più alta verità.

È possibile calcolare il minimo di lavoro che si richiederebbe per soddisfare – in misura anch’essa da calcolare – tutti i membri di una società, purchè le risorse disponibili fossero usate a tal fine senza essere vincolate da altri interessi, e senza impedire l’accumulazione del capitale necessario per lo sviluppo della società.

Gli ostacoli che si frappongono alla materializzazione sono ostacoli politici chiaramente definibili. La civiltà industriale ha raggiunto un punto in cui, fatto riguardo alle aspirazioni dell’uomo per una esistenza umana, l’astrazione che la scienza compie delle cause finali appare superata nei termini della scienza stessa.

Invece di essere separate dalla scienza e dal metodo scientifico, e lasciate alla preferenza soggettiva ed alla sanzione irrazionale, trascendentale, le idee di liberazione, che avevano un tempo carattere metafisico, possono diventare l’oggetto proprio della scienza. Ma questo sviluppo pone alla scienza il compito sgradevole di diventare politica, di riconoscere la coscienza scientifica come coscienza politica, e l’impresa scientifica come impresa politica. La trasformazione dei valori in bisogni, delle cause finali in possibilità tecniche, è infatti un nuovo stadio nella conquista delle forze oppressive, non domate, nella società come nella natura. È un atto di liberazione: l’uomo si libera della sua condizione di essere asservito alla finalità del tutto con l’apprendere a costruire la finalità, ad organizzare un tutto finalizzato ch’egli giudica ed apprezza, per non dover subire passivamente un’integrazione di fatto. L’uomo supera la servitù organizzando coscientemente la finalità. ( Gilbert Simondon ).

È repressiva  giusto nella misura in cui promuove la soddisfazione dei bisogni che richiedono si continui la corsa da topo da tenersi all’altezza dei propri pari e dell’obsolescenza pianificata, godendo della libertà di non usare il cervello, lavorando con e per i mezzi di distruzione. Le ovvie comodità create da questo tipo di produttività, e più ancora il sostegno che essa dà ad un sistema di dominio fondato sul profitto, facilitano la sua importazione nelle aree meno avanzate del mondo, dove l’introduzione di un tale sistema significa pur sempre compiere uno straordinario progresso in termini tecnici ed umani.

In gran parte è la pura quantità di beni, servizi, lavoro e svago nelle regioni supersviluppate che porta a questo blocco. Di conseguenza, il cambiamento qualitativo sembra presupporre un cambiamento qualitativo nel tenore avanzato di vita, vale a dire una riduzione del sovrasviluppo.

Il tenore di vita raggiunto nelle aree industriali più avanzate non è un modello conveniente di sviluppo se l’intento è di arrivare alla pacificazione. Di fronte a ciò che tale tenore ha fatto dell’Uomo e della Natura, ci si deve nuovamente chiedere se ciò valesse i sacrifici e le vittime fatti in sua difesa. Questa domanda non appare più irresponsabile dacché la “società opulenta” è diventata una nichilazione, dacché la vendita dei suoi beni è stata accompagnata dall’istupidimento, dal perpetuarsi della fatica, e dalla promozione della frustrazione. Date queste circostanze, la liberazione della società opulenta non significa tornare ad un salutare e vigorosa povertà, alla pulizia morale, e alla semplicità. Al contrario, l’eliminazione dello spreco redditizio aumenterebbe la ricchezza sociale disponibile per essere distribuita, e la fine della mobilitazione permanente ridurrebbe il bisogno sociale di negare le soddisfazioni che sono proprie dell’individuo – negazione che è ora compensata dal culto dell’efficienza fisica della forza, e della uniformità.

Oggi, nel prosperoso stato della guerra e del benessere, le qualità umane tipiche di un’esistenza pacifica sembrano asociali e antipatriottiche; intendo qualità come il rifiuto di ogni durezza, cameratismo e brutalità; la disobbedienza alla tirannia della maggioranza; il far professione di paura e di debolezza ( la reazione più razionale a questa società!); un’intelligenza sensibile nauseata da ciò che viene perpetrato; l’impegno in azioni, di solito deboli e poste in ridicolo, di protesta e di rifiuto. Anche queste espressioni di umanità verranno guastate da qualche necessario compromesso -dal bisogno di coprirsi, d’essere capaci d’imbrogliare gli imbroglioni, e di vivere e pensare a dispetto di questi. Nella società totalitaria gli atteggiamenti umani tendono ad assumere carattere d’evasione, a seguire il consiglio di Samuel Beckett: – non aspettare ti sia data la caccia per nasconderti..-. Persino questa forma di ritiro, sul piano personale, di energia mentale e fisica dalle attività e dagli atteggiamenti socialmente richiesti è oggi possibile solo ad alcuni; è solamente un aspetto privo di conseguenze della nuova direzione che l’energia dovrà prendere prima della pacificazione. Al di là della sfera personale, l’autodeterminazione presuppone vi sia dell’energia liberamente disponibile che non è consumata in un lavoro materiale ed intellettuale imposto. Deve essere energia libera anche nel senso di non essere incanalata nella manipolazione di beni e servizi che soddisfano l’individuo nel mentre lo rendono incapace di raggiungere un’esistenza sua propria, inetto ad afferrare le possibilità che sono respinte dalla sua soddisfazione. Comodità, buoni affari e sicurezza d’impiego in una società che si prepara per e contro la distruzione nucleare possono servire come esempio universale di contentezza che rende schiavi. La liberazione di energia dalle prestazioni richieste per sostenere la prosperità distruttiva significa ridurre l’alto tenore di servitù per mettere gli individui in condizione di sviluppare quella razionalità che può rendere possibile un’esistenza pacifica. Un nuovo tenore di vita, adattato alla pacificazione dell’esistenza, presuppone inoltre per il futuro una riduzione della popolazione.

Una società simile ha bisogno di un numero sempre crescente di clienti e di sostenitori; l’eccesso di capacità produttiva che costantemente si rinnova deve pur essere collocato in qualche modo.

Qui l’espansione ha invaso, nelle innumeri forme del lavoro di squadra, dalla vita di comunità, e del divertimento, lo spazio interiore della sfera privata ed ha praticamente eliminato la possibilità di quell’isolamento in cui l’individuo, lasciato solo a se stesso, può pensare e domandare e trovare. Questo aspetto della sfera privata – la sola condizione che, quando i bisogni vitali siano stati soddisfatti, può dare significato alla libertà e all’indipendenza  di pensiero – è diventata da lungo tempo la più dispendiosa delle merci, che può permettersi solo l’individuo ricchissimo ( il quale non la usa).

Come può una società ch’è incapace di proteggere la sfera privata dell’individuo persino tra i quattro muri di casa sua asserire legittimamente di rispettare l’individuo e di essere una società libera? È ovvio che una società vien definita libera da ben altri fondamentali risultati, oltre che l’autonomia dei privati. Eppure, l’assenza di quest’ultima vizia anche le maggiori istituzioni della libertà economica e politica, negando la libertà alle sue nascoste radici.

Si prenda un esempio (sfortunatamente fantastico): la semplice assenza di ogni pubblicità e di ogni mezzo indottrinante di informazione e di trattenimento precipiterebbe l’individuo in un vuoto traumatico in cui egli avrebbe la possibilità di farsi delle domande e di pensare, di conoscere se stesso ( piuttosto la negazione di se stesso) e la sua società. Privato dai suoi falsi padri, dei capi, degli amici, e dei rappresentanti, egli dovrebbe imparare di bel nuovo il suo ABC. Ma le parole e le frasi che egli formerebbe potrebbero venir fuori in modo affatto diverso, e così dicasi delle sue aspirazioni e paure.

Una psicoanalisi materiale può.. aiutarci a guarire delle nostre immagini, o almeno aiutarci a limitare  l’influsso delle nostre immagini. Si può allora sperare.. di poter rendere felice l’immaginazione, o, in altre parole, di poter dare una buona coscienza all’immaginazione, accordandole appieno tutti i suoi mezzi di espressione, tutte le immagini materiali che si affollano nei sogni naturali, durante la normale attività onirica. Rendere felice l’immaginazione, lasciarla operare in tutta la sua esuberanza, vuol dire precisamente attribuire all’immaginazione la sua vera funzione di propulsione psichica.

Lorenzo Manco

Collegamenti esterni

  1.  Video musicale
  2.  Presentazione Marcuse
  3.  Articolo “L’uomo ad una dimensione”
  4.  Articolo “Contro il potere, oltre l’uomo ad una dimensione”

Il 1968 e la musica

Sono passati 45 anni dal lontano 1968 e ancora oggi i pezzi più famosi vengono trasmessi in radio.

Era il periodo degli hippy, tra lsd, psichedelia e proteste il rock si faceva avanti. Band come Black Sabbath, Deep Purple, Led Zeppelin e Yes stavano mettendo le loro radici, la musica stava cambiando, la stessa che avrebbe dato origine al punk 10 anni dopo. Altre importanti band, invece, ci lasciavano, come i Cream e i Buffalo Springfield capitanati da Eric Clapton e Neil Young che successivamente decisero di intraprendere una carriera solista.

I figli dei fiori si radunavano e tra canzoni alla chitarra davanti ad un falò e cortei per una società più libera, i The Beatles erano la musica di sottofondo. Le loro canzoni più ascoltate erano “While My Guitar Gently Weeps” e “Revolution” contenute nell’omonimo album “The Beatles” noto anche come “White Album”, dall’inconfondibile copertina bianca. Nello stesso anno veniva pubblicato il famosissimo singolo “Hey Jude”. Nello stesso mese, invece, John Lennon pubblicò il suo primo album da solista, “Unfinished Music No.1 – Two Virgins”, con la partecipazione di Yoko Ono, nonché sua moglie. George Harrison, intanto, stava iniziando la creazione del suo primo album “Wonderwall Music” che sarà poi nel ’95 presa come ispirazione per una canzone degli Oasis, appunto Wonderwall.

I falò in spiaggia non erano tutto, nel ’68 iniziarono i primi veri raduni musicali come il festival dell’isola di Wight, tutt’oggi in attività, che per la prima volta raggruppò 10.000 persone in un unica isola nel sud dell’Inghilterra dove fu celebrata l’apertura con band come i Jefferson Airplane.

Nella stessa Inghilterra le radio trasmettono brani che influenzeranno le generazioni successive come ad esempio “Sympathy for the Devil” dei The Rolling Stones, selezionata come una delle 500 migliori canzoni di sempre.

Sul genere rock psichedelico londinese i Pink Floyd uscivano con la loro “Set the Controls for the Heart of the Sun” mentre i The Who pubblicavano “Magic Bus” dell’omonima raccolta.

Sempre nel ’68 ma questa volta in Italia, Fabrizio de André pubblicava il suo terzo album registrato “Volume III” composto da singoli tutt’oggi conosciuti come “Amore che Vieni, Amore che Vai”. Negli inediti presenti in questo album si nota quanto De André si ispiri alla musica francese ed a Brassens, considerandolo suo maestro. Adriano Celentano cantava “Azzurro“, nell’album dal particolare doppio titolo “Azzurro/Una carezza in un pugno“. Nel 45 giri di Adriano vi è un raro caso in cui anche la canzone contenuta sul lato B è famosissima. Ornella Vanoni reinterpretava la canzone “Ne me Quittes Pas” di Jacques Brel, cantautore belga, contenuta nel suo album “Ai miei amici cantautori“. La canzone mostra con dolore il disperato bisogno da parte dell’autore di non farsi lasciare dall’amata. Intanto Mina pubblicava il suo album “Mina alla Bussola dal vivo” il quale conteneva la sua strabiliante reinterpretazione de “La voce del silenzio“.

Negli USA l’atmosfera dopo l’assassinio di Martin Luther King era molto tesa. Artisti “black” come James Brown si fanno avanti con le loro hit di protesta, “Say It Loud (I’m Black and I’m Proud)” – “Dillo forte (sono nero e fiero)” contro il pregiudizio dei neri; Jimi Hendrix e B.B. King organizzano un concerto in memoria di M.L.King. Lo stesso Jimi registrava nel ’68 la famosa “Voodoo Child (Slight Return)”.

Nello stesso anno “Hello, I Love You” dei The Doors era alla posizione numero uno negli Stati Uniti, contenuta nel loro terzo album “Waiting for the Sun”, una totale dichiarazione d’amore verso una passante incontrata in spiaggia da Jim Morrison.

Usciva anche la celebre “Mrs. Robinson” cantata dal duo statunitense Simon and Garfukel, un classico della musica folk.

Spostandoci invece nel genere rock e più graffiante, gli Steppenwolf pubblicano il loro pungente singolo “Born to Be Wild”. I The Velvet Underground si facevano spazio con il loro album “White Light/White Heat” composta dall’omonimo singolo. Frank Zappa pubblicava il suo primo album da solista “Lumpy Gravy”.

Mantenendoci negli Stati Uniti ma trasferendoci su tutt’altro genere, Aretha Franklin dava vita ad uno dei singoli più significativi nell’ambito soul, “Think”, che venne successivamente ripreso dai The Blues Brothers nell’omonimo film degli anni ’80. L’album in questione, “Aretha Now”, racchiudeva altri brani indimenticabili tra cui la dolcissima “I Say a Little Prayer”.

Il più famoso musicista jazz, Louis Armstrong, nello stesso anno pubblicava “What a Wonderful World” dai toni positivi e da una melodia cullante, un puro richiamo ad apprezzare le bellezze della vita.

Il 1968 fu un anno eccezionale per la musica. Tutt’ora quell’anno ci accompagna con i suoi brani indimenticabili, emozionanti e pieni di entusiasmo,  ancora oggi è un piacere riascoltarle.

Erika Passarini

 

Ripercorrete con noi tutti i brani più famosi del ’68 – Youtube

le band dimenticate, sconosciute che ci aprono verso un mondo nuovo – Youtube

ed infine i brani italiani che ci hanno trasmesso emozioni – Youtube